TIVOLI - Erano le fiamme a fare notizia, quel 29 marzo 2024. Un lieve incendio scoppiato in corrispondenza dell’altare della navata laterale sinistra della chiesa di San Pietro alla Carità portò alla chiusura immediata del luogo di culto, per ragioni di incolumità pubblica. Da allora, il silenzio. Nessun cantiere aperto, nessun operaio al lavoro, nessun segnale di ripresa. E ora, a più di due anni di distanza, sei consiglieri comunali dell’opposizione hanno deciso di rompere quel silenzio con una mozione formale, depositata in consiglio comunale. Il contratto da 235 euro l’anno La vicenda ha i suoi snodi precisi.
Il 10 maggio 2024, dopo la segnalazione alla Soprintendenza, si tenne un sopralluogo congiunto con la dottoressa Elisabetta Ciucci dell’ufficio tecnico diocesano per la verifica dei danni. Poche settimane dopo, il 29 maggio, la giunta comunale deliberava la concessione in uso dell’immobile alla curia. Il contratto fu siglato il 29 agosto 2024: durata cinquant’anni, finalità religiosa, canone annuo di appena 235 euro. Un importo definito “ricognitorio”, giustificato dagli obblighi di manutenzione – ordinaria e straordinaria – che l’ente religioso avrebbe assunto su di sé. Sulla carta, un accordo vantaggioso per il Comune: cedere la gestione a chi si impegna a restaurare. Nei fatti, stando a quanto denunciano i firmatari della mozione, quell’impegno è rimasto lettera morta. Il sopralluogo negato Ciò che ha fatto traboccare il vaso è stato però un diniego. La presidente della commissione cultura, insieme agli altri componenti firmatari, aveva chiesto di effettuare un sopralluogo per verificare lo stato attuale della chiesa.
La risposta è stata un no. Un rifiuto che i consiglieri definiscono inaccettabile, trattandosi – sottolineano nel documento – di un bene che “riteniamo sia ancora patrimonio dell’intera comunità”. La mozione è firmata da Ezio Paluzzi, Carlo Caldironi, Adele Porcari, Francesca Chimenti, Damiano Leonardi e Giovanna Marconi. Sei voci che chiedono al consiglio comunale di farsi portavoce di un’istanza chiara: il sindaco e gli assessori competenti devono pretendere chiarimenti dalla curia, verificare le condizioni dell’edificio e, se necessario, valutare la rescissione del contratto in essere, aprendo la strada a una nuova scrittura “con nuove formule e nuove valutazioni a garanzia del bene patrimoniale del nostro comune”. Un bene di tutti Al centro della vicenda c’è una questione di principio prima ancora che di mattoni. La chiesa di San Pietro alla Carità è un edificio di proprietà pubblica, con il suo campanile, la sagrestia e l’appartamento parrocchiale. Consegnarla alla curia per mezzo secolo a un canone simbolico ha senso solo se l’ente concessionario onora i propri impegni. Due anni di immobilità, con la struttura ancora chiusa e i danni dell’incendio non riparati, mettono in discussione la tenuta di quel patto.
La palla passa ora al consiglio comunale, che dovrà votare la mozione. L’esito del voto dirà molto non solo sul destino di una chiesa, ma anche su come l’Amministrazione intende gestire il patrimonio storico e religioso della città. Nel frattempo, San Pietro alla Carità aspetta – chiusa, silenziosa.










