Pubblichiamo una serie di interventi e prese di posizione sulla Riforma Costituzionale sulla Giustizia e sul Referendum del 22 e 23 marzo. In questo spazio un articolo della Camera Penale di Tivoli favorevole alla Riforma e a seguire un aricolo del Circolo Gobetti di Tivoli contrario alla Riforma
Le ragioni del Sì al referendum
UNA GARANZIA PER I CITTADINI:
LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE
Dalla Camera Penale di Tivoli
Si va verso il referendum confermativo della riforma costituzionale avente ad oggetto la separazione delle carriere tra i magistrati inquirenti (Pubblici ministeri) e magistrati giudicanti.
In vista di questo importante appuntamento (22 e 23 marzo) è necessario informare i cittadini, che magari non si occupano direttamente di problematiche relative all’ordinamento giudiziario, spiegandone le origini e il merito.
Chi vi si oppone sostiene che questa riforma:
– rappresenterebbe una sorta di “golpe borghese”, di “attacco al cuore della democrazia”;
– avrebbe un intento punitivo nei confronti dei coraggiosi Pubblici Ministeri che combattono tutti i giorni la mafia, la corruzione e la delinquenza tutta, perché realizzerebbe una subordinazione degli inquirenti al Governo, di fatto cancellando l’autonomia dal potere giudiziario rispetto a quello politico;
– ed infine comprometterebbe la cosiddetta cultura della giurisdizione che posseggono gli inquirenti.
Nulla di tutto questo è vero!
Democrazie mature, quelle anglosassoni ad esempio, presentano questa separazione ordinamentale tra inquirenti e giudicanti. E nessuno può pensare che in Inghilterra non ci sia un sistema giudiziario democratico o che in queste nazioni i Pubblici Ministeri siano alla mercè dell’esecutivo di turno e non vengano celebrati i processi nei confronti dei politici.
Al contrario, oltre l’Italia, Bulgaria, Romania e Turchia sono i Paesi dove Pubblici Ministeri e Giudici non sono separati. Non proprio le culle della civiltà giuridica.
Per quanto riguarda poi la riforma costituzionale nostrana, vi è di più.
Con questa riforma in Italia i Pubblici Ministeri manterrebbero la loro autonomia. Non sarebbero in alcun modo sottoposti al potere politico; le loro carriere e i loro trasferimenti sarebbero comunque decisi da un organo di autogoverno composto esclusivamente da Pubblici Ministeri sorteggiati. Nessun membro del governo, nessun Ministro potrà decidere del futuro di questi magistrati inquirenti; lo faranno loro stessi.
Nella riforma costituzionale appena approvata non è previsto da alcuna parte che il potere politico (Parlamento o Governo) possa indirizzare le indagini o possa, in qualche modo, indicare quali reati debbano avere la priorità per le Procure di Italia.
Alle persone che sostengono che la riforma in questione subordini il potere giudiziario al potere politico vorremmo fare una domanda: in quale passaggio della stessa tutto ciò sarebbe previsto?
La verità è che, se la riforma dovesse essere definitivamente approvata, i Pubblici Ministeri continueranno ad indagare sulla mafia, sugli intrecci tra politica e malaffare, sulla delinquenza in generale senza che alcun politico, membro del governo possa in qualsiasi modo influenzare la loro azione, esattamente come succede adesso che la stessa non è ancora in vigore.
L’ultima obiezione mossa dai detrattori della riforma francamente risulta del tutto incomprensibile.
Per i sostenitori del NO, con l’approvazione della riforma, il Pubblico Ministero perderebbe quella che viene definita la cd. “cultura della giurisdizione” che, secondo costoro, consisterebbe nel fatto che questo, in quanto parte pubblica, manterrebbe la sua imparzialità nel condurre le indagini e nel sostenere l’accusa in giudizio. Di questa cultura vi sono tracce nel nostro sistema penale, a partire dall’art. 358 cpp, una norma del nostro codice processuale, che imporrebbe (meglio auspicherebbe) che il PM faccia indagini anche a favore dell’indagato.
Per inciso, anche in questo caso non è prevista dalla riforma costituzionale della separazione delle carriere l’abolizione di questa norma certo non precettiva. In ogni caso, se di vera cultura si parla, questa non può certo essere cancellata da una norma.
In Tribunale si incontrano tutti i giorni Pubblici Ministeri di comprovata onestà intellettuale e di grande spessore culturale. Pensare che, in ragione di una legge, queste persone possano perdere alcune delle caratteristiche così radicate e che li contraddistinguono anche nell’esercizio della loro alta funzione mi sembra offensivo. La sensibilità e la cultura non possono essere cancellate o andate perdute con un tratto di penna, per quanto importante questa sia. Ma poi perché mai, per mantenere la cultura della giurisdizione, il PM deve rimanere nella stessa carriera del Giudice? Perché la cultura della giurisdizione non la può mantenere se lo si separa da quest’ultimo?
E poi la cultura, anche quella della “giurisdizione”, non può essere uguale per tutti.
Se non ricordiamo male un ex Pm, poi diventato Giudice di Cassazione, ebbe a dire a proposito della presunzione di non colpevolezza una frase di questo genere: “una persona assolta non è un innocente ma un colpevole che la ha fatta franca”.
Ecco, forse questo illustre magistrato, prima Pm e poi Giudice di Cassazione, sarà stato preparatissimo ma di certo possiamo dire che la sua cultura della giurisdizione non si è manifestata nell’occasione in cui ha proferito quella frase e può comprendersi anche un minimo di angoscia e paura delle persone che, in Cassazione, dovevano essere giudicate da questo Giudice (prima Pm).
In definitiva ognuno ha la propria sensibilità culturale, la propria personalità e non possiamo dubitare che i Pm attuali e futuri continueranno ad avere la loro anche dopo l’eventuale approvazione di questa riforma.
Piuttosto questa riforma rappresenta l’epilogo del percorso verso il “giusto processo”, obiettivo e principio sancito nella nostra Costituzione.
Il processo penale non è altro che la disputa tra due prospettazioni distinte: quelle della accusa e quelle della difesa. L’arbitro di questa disputa deve rimanere equidistante tra queste due posizioni contrapposte.
La riforma costituzionale della separazione delle carriere garantisce l’equidistanza dell’arbitro dalle due posizioni contrapposte, perché per quanto bravo ed onesto intellettualmente sia l’arbitro è sempre meglio garantire, a monte, che non faccia parte dello stesso ordine di una delle parti in causa.
Non è un vezzo degli Avvocati, né è una questione di destra e sinistra che in questo caso non c’entrano proprio nulla.
Si tratta molto semplicemente di una Garanzia!
Si tratta di una Garanzia per tutti i Cittadini Italiani che d’ora innanzi, nell’ipotesi in cui dovranno affrontare un processo penale, saranno sicuri di trovare un Giudice che non fa parte dello stesso ordine del proprio accusatore.
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Le ragioni del No al referendum
PERCHE’ VOTARE NO
Dal Circolo di Cultura Politica e Economica Piero Gobetti
PERCHE’ non si modifica la Carta costituzionale a colpi di maggioranza senza tenere in alcun conto gli emendamenti proposti dalle minoranze. Su 1500 emendamenti presentati dalle minoranze nessuno di essi è stato accolto.
Credo si possa ragionevolmente dubitare di essere alla presenza di un testo di modifica di alcuni articoli della costituzione così perfetto, una sorta di Minerva che esce tutta intera e armata dalla testa di Giove, da non tollerare la benché minima correzione.
Nella fantasia dei greci era possibile credere ad un tale evento, in fondo Giove era il capo degli dei e talvolta anche il padre di qualcuno di essi, ma nel nostro caso, via, un po’di modestia.
PERCHE’ la separazione delle carriere di fatto esiste già dopo la riforma Cartabia, che ha posto severi limiti al passaggio da una carriera all’altra, tant’è che si verifica un cambio di percorso entro la magistratura poco più superiore all’un per cento ogni anno.
PERCHE’ questi compartimenti-stagno all’interno di un ordine costituzionale non giovano alla formazione di una maggiore e migliore esperienza di un magistrato nella sua valutazione dei molteplici e tanto vari casi giudiziari che è chiamato a indagare e a giudicare. .
PERCHE’ il supposto scambio di favori tra P:M. e giudici nel valutare casi giudiziari è smentito dal frequente non accoglimento da parte dei giudici di richieste di rinvio a giudizio di imputati avanzate dai procuratori.
Notizie recenti riferiscono del sessanta per cento di questi casi.
PERCHE’ il tanto decantato sorteggio per l’elezione degli organi di governo dei magistrati requirenti e giudicanti, soluzione che, secondo la maggioranza di governo dovrebbe stroncare la formazione di correnti in seno alla Magistratura, è un favore fatto alla politica a danno della magistratura.
Infatti, mentre per sorteggiare la quota di magistrati presenti negli organi di governo della Magistratura l’estrazione a sorte sarà fatta da un elenco comprendente tutti i magistrati in carica, per indicare la quota dei cosiddetti laici il sorteggio si effettuerà estraendo i nominativi da una lista i cui componenti saranno preventivamente indicati dai partiti di maggioranza e di minoranza.
I quali, ovviamente. sosterranno indirizzi e interessi dei rispettivi partiti una volta insediati negli organi di governo.
PERCHE’, come ha scritto il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, si vuole con questa riforma la rivalsa della politica contro la magistratura “ spostando gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’indipendenza della seconda”
PERCHE’ l’argomento usato dal fronte del Si per criticare la dubbia terzietà del giudice nell’attuale svolgimento del processo non convince. Si sostiene infatti che talvolta o spesso il giudice si mostra troppo favorevole alle tesi sostenute dal Pubblico Ministero e ciò comporterebbe grave pregiudizio per la valutazione delle ragioni dell’imputato. Non si vede come l’attuale riforma possa rimediare a tali situazioni, ammesso che si verifichino, perché o il giudice è e si sente effettivamente terzo o il rimedio a tale deplorevole condotta del giudice sta soltanto nel giudizio di appello secondo le previste procedure. Salvo, logicamente il provvedimento disciplinare nei confronti del giudice , ove si dimostri la sua colpevole condotta.
Sappiamo che i meccanismi della giustizia italiana non sempre funzionino nel migliore dei modi in fatto di tempestività, di garanzie, di efficienza, ma i rimedi a queste carenze si adottano con leggi ordinarie, che vanno a rimuovere quelle parti dei meccanismi, che si palesano di evidente intralcio o addirittura dannosi ai fini di rendere al cittadino una giusta giustizia.
Non smontando la nostra Costituzione per raggiungere obiettivi che nulla hanno a che vedere con il buon funzionamento della giustizia.
Veniamo ora a qualche considerazione
Da molti anni a questa parte abbiamo letto sui quotidiani e abbiamo imparato nel corso di dibattiti aventi ad oggetto i mali della giustizia che i ritardi nello svolgimento dei processi e quindi nelle loro conclusioni erano e sono da addebitare ad una insufficiente copertura degli organici sia della magistratura sia del suo supporto amministrativo.
Ebbene perché non provvedere a colmare queste carenze anzi che aprire un conflitto con la magistratura puntando sulla proposta riforma costituzionale? Perché aprire questo conflitto tra ordini dello Stato che tanto danno procurano alla democrazia?
Quasi ogni giorno la nostra presidente del consiglio, il ministro della giustizia e parlamentari di maggioranza si scagliano contro questo o quel magistrato colpevole secondo loro di aver adottato provvedimenti, che non garantiscono la sicurezza dei cittadini, fino a far intendere che vi sia una sorta di collusione tra magistrati e cittadini indagati per disordini o resistenza e aggressione alla forza pubblica. Oppure si lamenta e si denuncia che sentenze e provvedimenti vari intralcino di proposito l’operato del governo.
Va osservato a questo proposito che nel provvedimento preso su qualsivoglia atto o fatto il magistrato cita puntualmente leggi in vigore, regolamenti, circolari esplicative emanate dai competenti ministeri, che lo spiegano e lo giustificano.
Allora delle due l’una: o le citazioni giustificative del provvedimento sono arbitrarie o sbagliate quindi si va in appello da chi , privato cittadino o ente pubblico o privato, ritenga di essere stato leso da una ingiusta sentenza o, nel caso che le citate leggi nei provvedimenti giudiziari si ritengano superate o di intralcio ad una sana amministrazione della giustizia, si provvede da parte del Parlamento a emendarle o ad abrogarle.
Il magistrato è chiamato intanto ad applicare le leggi , non è legislatore.
Per la verità il nostro governo qualche volta ha messo mano a revisione o sostituzioni di alcune leggi, ma lo ha fatto con un animus repressivo disadatto allo scopo di punire violazioni della sicurezza del cittadino o con intenti di prevenzione tali da incorrere nella loro incostituzionalità. L’insistito attacco del potere esecutivo, dunque, si mostra in tutta la sua strumentalità e rivela con tutta evidenza la volontà del medesimo di rompere l’equilibrio dei poteri dello Stato a favore del governo.
Si sostiene , sempre da parte del governo e con particolare veemenza dal ministro della giustizia, che troppo spesso magistrati responsabili di errori giudiziari o di trasgressioni alla deontologia professionale non siano adeguatamente sanzionati dal Consiglio Superiore della Magistratura , che, come in una sorta di consorteria, si adopererebbe per coprirli.
E ciò a causa della presenza nel citato organo di rappresentanti sia dei magistrati giudicanti che di quelli requirenti, che reciprocamente si aiuterebbero, per evitare o ridimensionare gli eventuali provvedimenti disciplinari.
Ecco, secondo loro, l’urgenza di istituire due Consigli superiori, anche al fine di evitare la formazioni di correnti all’interno della magistratura.
Una domanda sorge spontanea a questo proposito: se tra i magistrati, secondo i proponenti la riforma, c’è questa mala voluntas, questa determinazione a proteggersi l’un l’altro, chi ci vieta di pensare che questo poco commendevole comportamento non si riproponga anche all’interno dei due nuovi organi di autogoverno?
Seguendo il testo della riforma e soprattutto gli argomenti usati dal governo e dalla maggioranza per sostenerlo si ha l’ impressione, anzi la certezza di essere in presenza di un vero e proprio processo dell’esecutivo alla Magistratura non di una riforma per migliorare il suo funzionamento.
Non può un potere dello Stato riformare l’altro con una sorta di furore vendicativo, non può ergersi a giudice di un altro potere dello stato costituzionalmente fondato.
Il compito di una riforma della Costituzione deve essere assegnato a un organo terzo, una assemblea costituente o ad una commissione costituita di parlamentari e costituzionalisti bene calibrata tra rappresentanze delle varie anime politiche, che al termine di ampi dibattiti definisca le individuate, necessarie riforme di questo o quel potere dello stato; o anche dal Parlamento, quando si sia verificato un ampio consenso su un testo di riforma tale da rappresentare la volontà di una larga parte del paese.
Il ricorso al referendum, messo in conto dalla maggioranza sin dall’avvio della riforma ben consapevole che la sua proposta di riforma era avversata da quasi tutta la minoranza e quindi non avrebbe superata la soglia del settantacinque per cento dei voti delle due assemblee parlamentari, è stata una forzatura e una contrazione dei diritti delle minoranze rimaste escluse da una riforma tanto importante quanto carica di conseguenze sul piano degli equilibri dei poteri , unica, vera garanzia di una sana democrazia liberale.
Abusare dello strumento referendario su materie tanto delicate è pericoloso e può aprire la via a derive plebiscitarie.
Forse è proprio questa la volontà dell’esecutivo: mettere le vele a favore del vento di destra illiberale che spira nel mondo per trasformare la nostra repubblica in senso autoritario, con poteri accentrati nelle mani di un cosiddetto uomo (donna) forte.
Lo strumento del resto è già quasi pronto, la riforma che prevede il premier eletto direttamente dal popolo con conseguente riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica.
Si aspetta soltanto la vittoria alle elezioni politiche del prossimo anno, sulla spinta della vittoria al prossimo referendum, per portare a termine, a colpi di maggioranza e nuovi referendum, la trasformazione del nostro stato in senso autoritario.
Si realizzerà questo progetto? Dipende dai cittadini, dalle loro scelte.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha partecipato ad uno spot televisivo a sostegno dell’ungherese Victor Orban, impegnato nelle prossime elezioni politiche nel suo paese,unitamente a Netanjahu, all’argentino Milei, al capo del partito spagnolo Vox Santiago Abascal, alla francese Marine Le Pen: tutti campioni di autoritarismi, sostenitori tenaci del tramonto delle democrazie liberali.
Dunque la riflessione che va fatta dal cittadino non è soltanto tecnica , come si vuole far credere, ma è soprattutto politica, riguarda le conseguenze del suo voto, perché con esso si va ad alterare l’equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè niente di meno che l’architettura democratica della nostra repubblica democratica che fu disegnata dai padri e dalle madri costituenti con la meditata e inclusiva Carta Costituzionale, frutto maturo delle più avanzate posizioni in termini di diritti dell’uomo, di ogni uomo, italiano o straniero, di libertà civili e politiche, di giustizia sociale.
L’esito del referendum ci dirà se il popolo italiano è ancora interessato al suo futuro da vivere in una società democratica o se vorrà correre il rischio di affidarlo ad un potere autocratico.
Il voto di ogni elettore sia a difesa della nostra democrazia liberale.




