Le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, previsti dal DM 77/2022 per rafforzare l’assistenza territoriale e alleggerire gli ospedali, dovevano essere pienamente operativi entro giugno 2026. Ad oggi, però, solo 46 Case di Comunità e 153 Ospedali di Comunità sono attivi con tutti i servizi obbligatori, evidenziando ritardi significativi e criticità organizzative nella riforma sanitaria nazionale
Dovevano rappresentare la svolta cardine per la riforma della Sanità pubblica. Le Case di comunità, strutture sociosanitarie territoriali, istituite con il Decreto Ministeriale 77 del 2022, dovevano far sì che il sistema di base rappresentato dall’assistenza territoriale si avvicinasse al cittadino garantendo una assistenza medica e diagnostica avanzata disponibile tutti i giorni, festivi compresi, ventiquattro ore su ventiquattro. Scopo ulteriore: alleggerire la pressione sugli ospedali, in particolare sui Pronto soccorso.

I numeri
Su tutto il territorio nazionale avrebbero dovuto essere 1.723 in totale, almeno 1.038 dovrebbero essere funzionanti complete di personale entro il mese di giugno 2026 grazie ai finanziamenti per la loro realizzazione, due miliardi di euro, previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza post Covid. A meno di sei mesi dalla scadenza del decreto ministeriale, secondo dati recenti, in tutto il paese quelle funzionanti che hanno attivato tutti i servizi obbligatori previsti sono 46!
Le Case di comunità dovrebbero essere di due tipologie: ne è prevista una, definita “hub” ogni quaranta-cinquantamila abitanti ed una con servizi minori, definita “spoke”, che gestirà servizi più ridotti disponibili dodici ore al giorno sei giorni su sette. Comunque obbligatori, in entrambe le tipologie, un Punto unico di accesso ed il servizio infermieristico, nelle hub anche un servizio prelievi.
Le strutture
Le strutture dovranno rappresentare il fulcro di un sistema integrato atto ad offrire cure primarie ed a seguire lo stato dei malati cronici, con un medico di medicina generale, pediatra, ambulatori con specialisti, infermieri, servizi diagnostici di base, servizi sociali. Saranno anche riferimento per l’assistenza domiciliare. Una apposita tabella riporta le differenze tra le due tipologie di strutture per quanto riguarda i servizi medici obbligatori e quelli facoltativi a disposizione dell’utenza.
Coordinamento e sinergia
Tra le due tipologie di case di comunità dovrà essere adottato un coordinamento molto stretto con tutti i settori dell’assistenza sanitaria del territorio di appartenenza, dagli ospedali alla assistenza domiciliare, agli hospice, ai consultori, alle RSA, ai servizi per la salute mentale, la tossicodipendenza, la disabilità, i minori.
Ogni centomila abitanti, una centrale operativa territoriale, con disponibilità di infermieri e personale di supporto, dotata infrastrutture tecnologiche ed informatiche, operativa sette giorni su sette, fungerà da coordinamento ed accesso Queste le prospettive di una riforma sanitaria varata, sulla carta, che a distanza di quattro anni sconta i cronici difetti della burocrazia pubblica nazionale.
Gli Ospedali di comunità
La riforma prevede anche piccole strutture ospedaliere di venti posti letto per pazienti che abbiano necessità di cure di lieve entità, post operatorie, da somministrare in orario notturno o che comunque non sono possibili nel proprio domicilio. Possibile la loro realizzazione in strutture singole o negli ospedali purché in reparti separati. In queste strutture il periodo di degenza non potrà superare i trenta giorni.
Entro giugno 2026 avrebbero dovuto essere avviate almeno 307 strutture di questo tipo ma i dati riportati dal Report nazionale di sintesi dei risultati del monitoraggio dm 77/2022 primo semestre 2025, ultimo aggiornamento disponibile, consultabile su internet, sono sconfortanti: su 428 Ospedali di Comunità previsti complessivamente solo 153 risultano attivi, nel Lazio 2 su 35.
Quelli previsti nella Asl Rm G sono sei.
Gianni Innocenti










