INESAURIBILE è il patrimonio archeologico tiburtino e, nonostante il censimento riportato nelle dettagliate carte archeologiche (1966, 1970, 1991) edite prima delle moderne, ulteriori, espansioni edilizie, molto c’è ancora da scoprire, o semplicemente da individuare, soprattutto nell’area del centro storico, ove il tessuto urbano medioevale ha completamente ricoperto quello romano. Ma il ritardo maggiore, se paragonato allo stato delle conoscenze, è l’attività di recupero e valorizzazione di siti e monumenti noti da tempo, rispetto ai quali la noncuranza è veramente imperdonabile.
La scoperta del 1832
Voglio qui richiamare l’attenzione sul “Ponte dei Sepolcri”, il quale è caduto negli ultimi decenni nel più totale abbandono, al punto che ben pochi tiburtini, che non siano studiosi e appassionati di antichità, lo conoscono; eppure è raro trovare qualcuno che non gli sia ripetutamente passato accanto! La situazione, però, non è stata sempre così, poiché dopo la scoperta avvenuta nel 1832 il “Ponte” ebbe un periodo di amorevole cura e riguardo, culminato nel 1917 quando fu inaugurato nel Casino del cosiddetto “Pincetto” un piccolo museo civico (smantellato nel 1926, oggi sostituito dall’anonimo edificio di una scuola). Il monumento infatti, come si vede in una vecchia foto che mostra in primo piano anche l’arco della rampa con cui si scendeva alle tombe, divenne l’accesso al suggestivo vialetto alberato verso Villa Gregoriana.
I lavori del giardino
Nell’intento di evocare in futuro altre simili situazioni, comincio da questa, perché si è persa di recente un’occasione che invece sarebbe stato estremamente opportuno cogliere. Com’è noto, è lodevolmente in corso dal maggio 2025 il restyling, con la realizzazione di nuovi arredi e piantumazioni, dell’area a verde presso piazza Massimo all’angolo fra viale Roma e viale G. Mazzini, che funge anche da più rapido collegamento soprattutto per chi deve recarsi alla Stazione Ferroviaria. Il nostro “Ponte” si trova proprio sulla destra del percorso di attraversamento: ne rimane un’ampia arcata a tutto sesto, interrata fin oltre l’imposta, in conci di travertino e cortina in opus incertum che consente di datarla al I sec. a.C., assai poco godibile a causa della vegetazione e del degrado (non è raro trovarvi al di sotto anche i residui di qualche bivacco!). La muratura in opus reticulatum Quella che invece non si scorge, se non in minima parte attraverso l’arcata, è un’altra struttura antica che venne accostata al ponte in un secondo momento. Per intravederla bisogna tornare indietro di pochi metri su viale Roma e sbirciare oltre il cancello e la recinzione dell’impianto Enel-Bacino di S. Giovanni: aguzzando lo sguardo, si distingue, grazie alla particolare muratura bicolore in opus reticulatum a filari alternati di piccoli elementi di tufo e calcare bianco, l’unico grazioso arco, con ghiera e spigoli in blocchetti di travertino, da cui una rampa discendente dava accesso alla necropoli situata più in basso lungo la sponda destra dell’Aniene.

Il tipo di muratura, non diffusissimo ma presente nei resti di varie villae del territorio, risale ad età pre-augustea. Il fiume era superato per chi proveniva dal centro della città (odierna via dei Sosii) dal ponte detto appunto “dei Sepolcri”. Al momento della scoperta in fondo alla rampa, che era pavimentata con lastre di travertino, fu riconosciuto un portale in grossi blocchi, sempre di travertino, che veniva chiuso con un uscio dai battenti e cardini in ferro. Questo era l’adito principale alla “città dei morti”, altri due ingressi (una scaletta e una seconda rampa) consentivano di arrivare alle tombe dalla via Valeria (primo tratto di viale Mazzini) sul lato opposto.
Cunicoli Gregoriani
La scoperta della necropoli, che è quella della Tibur tardo-repubblicana e imperiale utilizzata fino in epoca tarda, avvenne durante l’apertura dei famosi Cunicoli Gregoriani, ove fu incanalato l’Aniene per mettere definitivamente la città al riparo dalle inondazioni; di tutte le tombe, sia di quelle importanti sia delle semplici inumazioni, che hanno restituito numerose iscrizioni utilissime a ricostruire la vita del municipium tiburtino, restano visibili all’interno dell’impianto Enel solo la fronte di una cella quadrata (fine del II-III sec. d.C.) e, soprattutto, un lungo muro (I sec. a.C.) con tre nicchioni, esteso fin sotto il palazzo sede dell’INPS. Questo costituiva la quinta scenografica, frutto di un intervento di monumentalizzazione, per chi guardava la necropoli dalla sponda opposta, quella urbana, del fiume. Il campo di sepolture, infatti, stretto e lungo, giungeva fin quasi al piazzale della Stazione e doveva concludersi con la famosa tomba della vestale Cossinia, nell’omonimo Parco, rinvenuta nel 1929. Tornando quindi al “Ponte dei Sepolcri”, è da lamentare come una così importante testimonianza della Tibur romana, che, come si è detto, in passato ha goduto addirittura di un momento di celebrità, laddove oggi è lasciata nell’incuria più totale, non sia stata adeguatamente inserita nel progetto di riqualificazione in corso.

Alla mancanza di sensibilità si è associata la non considerazione che anche una mera ripulitura del sito e l’apposizione di un pannello illustrativo avrebbero grandemente arricchito dal punto di vista culturale l’area in corso di sistemazione. È da augurarsi che in un immediato futuro il sito venga sottratto all’oblio e restituito alla fruizione pubblica, come è parimenti auspicabile che, in virtù di un accordo con Enel e con la proprietà del palazzo INPS, possano essere rese, anche occasionalmente, visitabili le vestigia della necropoli.
Zaccaria Mari – Ispettore Onorario della Soprintendenza archeologia, belle arti e passaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti










