Il bilancio di previsione 2026–2028 del Comune di Tivoli, approvato poco prima di Natale dalla Maggioranza di Centro Destra, si presenta, sul piano formale, rispettoso degli equilibri di legge e delle prescrizioni del TUEL. Tutti i saldi risultano pareggiati, gli accantonamenti sono puntualmente iscritti, i limiti all’indebitamento non vengono superati. Ma una lettura sostanziale dei documenti – bilancio, nota integrativa, prospetti sugli equilibri e sul risultato presunto di amministrazione – restituisce un quadro profondamente diverso, cioè, un equilibrio costruito per sommatoria di deroghe, rinvii temporali e sterilizzazioni contabili, che non esprime una reale capacità di governo finanziario nel medio periodo. Il problema, dunque, non è la legittimità del bilancio, ma la sua sostenibilità.
Un equilibrio che non nasce dalle entrate correnti
Il primo dato che emerge con nettezza riguarda la gestione corrente. L’equilibrio di parte corrente, così come rappresentato nei prospetti, non è strutturalmente positivo. Anzi, il saldo di parte corrente ai fini della copertura degli investimenti pluriennali risulta negativo per l’esercizio 2026. Questo dato non è marginale né meramente tecnico. Esso segnala che la gestione corrente, considerata in sé, non genera risparmio, ma assorbe integralmente le entrate disponibili. Il pareggio viene raggiunto attraverso l’applicazione di quote del risultato di amministrazione e l’utilizzo di entrate in conto capitale per finalità correnti, operazione formalmente ammessa ma sostanzialmente derogatoria rispetto alla fisiologia del sistema contabile. Ne deriva un equilibrio che non è autoportante, cioè, senza il ricorso a strumenti eccezionali, la parte corrente non reggerebbe. Questo è il primo elemento di fragilità strutturale.
Il bilancio “svuotato” a monte
Il secondo elemento critico riguarda la massa degli accantonamenti obbligatori; infatti, il Fondo crediti di dubbia esigibilità, insieme agli altri fondi (anticipazioni di liquidità, contenzioso, partecipate), assorbe una quota rilevantissima delle risorse potenziali. Formalmente, nulla da eccepire perchè i fondi sono correttamente iscritti e prudenzialmente dimensionati. Sostanzialmente, però, il bilancio appare svuotato di capacità di spesa effettiva già in fase di costruzione. Infatti, una quota enorme delle entrate correnti non è realmente disponibile, non finanzia servizi e non genera margini. Il FCDE, in particolare, non è un semplice presidio prudenziale proprio perchè è il segnale di una patologia strutturale della riscossione, che si riflette direttamente sulla qualità del bilancio. Un ente che deve accantonare sistematicamente una parte così rilevante delle proprie entrate non ha un problema di contabilità, ma di funzionamento del proprio ciclo finanziario.
La Nota integrativa e l’Allegato A del bilancio di previsione 2026–2028 contengono un elemento decisivo che consente di comprendere la reale portata del Fondo crediti di dubbia esigibilità, cioè, le percentuali di riscossione storica utilizzate per la sua determinazione. Non si tratta di ipotesi prudenziali né di valutazioni discrezionali, ma di dati certificati dall’ente, costruiti sulla media pluriennale delle riscossioni effettive, che fotografano con precisione la capacità amministrativa di trasformare gli accertamenti in incassi. Dai prospetti emerge che, per ampie componenti delle entrate tributarie ed extratributarie, le percentuali di riscossione si attestano stabilmente su livelli medio-bassi, in diversi casi inferiori al 60% e talvolta prossimi o inferiori al 50%. Questi valori non sono episodici né circoscritti, ma rappresentano la base strutturale su cui viene costruito l’intero equilibrio di bilancio. Il primo effetto è evidente e dimostra che il FCDE non è elevato per eccesso di prudenza, ma perché la bassa capacità di riscossione lo rende inevitabile. L’ente non sceglie di accantonare, ma è costretto a farlo. Il secondo effetto è ancora più rilevante sul piano sostanziale ed evidenzia come la parte corrente del bilancio, così come rappresentata nei documenti previsionali, non coincida con la parte corrente realmente utilizzabile. Una quota significativa delle entrate accertate è, fin dall’origine, riconosciuta come strutturalmente di dubbia esigibilità e quindi sterilizzata.
Si produce così un paradosso contabile attraverso il quale il bilancio raggiunge il pareggio accettando come dato permanente la propria incapacità di riscuotere, e costruendo l’equilibrio non sul miglioramento del ciclo delle entrate, ma sulla neutralizzazione preventiva delle sue debolezze. Il meccanismo è circolare e autoreferenziale e gira tutto intorno a variabili strutturali ben individuabili:
- bassa riscossione → alto FCDE;
- alto FCDE → riduzione delle risorse correnti effettive;
- riduzione delle risorse → ricorso a strumenti eccezionali per chiudere l’equilibrio.
Ciò che manca, nei documenti programmatori, è qualsiasi segnale di discontinuità. Anzi, l’analisi rivela una discrepanza macroscopica: mentre la Nota Integrativa si basa su medie storiche basse, il Piano degli Indicatori inserisce per il 2026 previsioni di incasso (cassa) che rompono con il passato. Per le Entrate Extratributarie (Titolo 3), per esempio (e non è l’unico caso) a fronte di una media storica del 37,51%, l’ente prevede un incasso nel 2026 del 92,39%. Uno scarto di oltre 54 punti percentuali che serve a tenere in piedi la cassa. È, questo, un passaggio non credibile dell’impianto previsionale e rischia di poter determinare in fase successiva di variazione o di verifica degli equilibri ulteriori e importanti rettifiche.
Le percentuali di riscossione restano sostanzialmente invariate sull’intero triennio, a indicare che l’ente non prevede un miglioramento strutturale della propria capacità di incasso, ma assume l’inefficienza come parametro ordinario di funzionamento. Da anni si ripete che proprio questo aspetto traduce una carenza strutturale dell’assetto economico finanziario del Bilancio del Comune di Tivoli e da anni le risposte sono sempre le stesse, tranne l’unica che riuscirebbe a dare soluzioni diverse e in grado di offrire un quadro di garanzie sicuramente migliore: ci riferiamo all’esigenza di ricorrere ad un agente esterno per la riscossione, almeno di quella coattiva collegata con l’evasione e il non pagato. Anche perché il riprodursi di questo elemento cambia radicalmente la lettura del bilancio, tanto che è ormai palese che l’equilibrio non è il risultato di una gestione virtuosa, ma l’effetto di una normalizzazione contabile della debolezza amministrativa.
La bassa capacità di riscossione non è una valutazione generica, ma un dato numericamente misurabile e puntualmente dichiarato dall’ente nella Nota integrativa e nell’Allegato A. In particolare, le percentuali medie di riscossione storica utilizzate per il calcolo del Fondo crediti di dubbia esigibilità risultano le seguenti:
- IMU: percentuale di riscossione pari a circa 26,15% (per il recupero evasione);
- TARI: percentuale di riscossione pari a circa 60%;
- Sanzioni per violazioni al Codice della strada: percentuale di riscossione pari a circa 21,59% (dato storico reale) a fronte di una previsione di incasso nel 2026 dell’87,86%;
- Entrate extratributarie principali (canoni, fitti, proventi dei servizi): percentuale di riscossione pari a circa 37,51%.
Si tratta di valori strutturalmente bassi, che collocano una parte significativa delle entrate accertate al di sotto delle soglie fisiologiche di effettiva esigibilità. Non siamo in presenza di oscillazioni occasionali, ma di una condizione reiterata nel tempo, assunta come base di calcolo dell’equilibrio. Il FCDE, in questo contesto, non svolge una funzione di prudenza “aggiuntiva”, ma rappresenta la traduzione contabile di una debolezza amministrativa strutturale. Il bilancio prende atto che una quota rilevante delle entrate non verrà incassata e costruisce l’equilibrio accantonandola preventivamente, rinunciando di fatto a qualsiasi ipotesi di recupero strutturale nel triennio, quindi rinunciando fin dall’inizio ad un’attività programmatoria che le condizioni di cassa rendono del tutto inutile e aleatoria.
L’equilibrio rinviato nel tempo
La parte disponibile del risultato presunto evidenzia l’assenza di margini liberi, rendendo impossibile qualunque utilizzo discrezionale delle risorse. Questo dato chiarisce un punto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico ed inerisce la certezza, sulla base dei numeri, che l’ente non dispone di alcuna capacità di assorbire shock finanziari, nemmeno di modesta entità. L’equilibrio del bilancio di previsione si regge, dunque, anche su una traslazione nel tempo delle criticità, non sulla loro rimozione. I residui attivi continuano a svolgere una funzione di compensazione implicita, rinviando agli esercizi futuri la verifica definitiva della loro effettiva esigibilità.
Programmazione senza risparmio corrente
La criticità forse più rilevante riguarda la politica degli investimenti. Nel primo esercizio del triennio, solo una quota minima degli investimenti risulta finanziata da risparmio corrente, mentre la parte prevalente dipende da fonti esterne o da equilibri temporanei. Non è il bilancio corrente a rafforzarsi nel tempo; sono, piuttosto, gli investimenti a ridursi. Questo segnala una programmazione che non poggia su basi strutturali, ma su equilibri contingenti, esposti a slittamenti e rifinanziamenti successivi.
Un ulteriore elemento di fragilità del bilancio di previsione 2026–2028 è rappresentato dal ricorso alle alienazioni del patrimonio pubblico, iscritte tra le entrate in conto capitale. Nel triennio, il bilancio prevede alienazioni per un importo complessivo pari a 2.387.643,50 euro, così ripartito:
- 2026: 328.000,00 euro
- 2027: 425,00 euro
- 2028: 218,50 euro
Il dato è allarmante se confrontato con il bilancio dello scorso anno (2025-2027), dove le alienazioni previste erano di circa 10,6 milioni di euro. La maggioranza ha capito che dalle alienazioni ben poco avrebbe ricavato nonostante lo scorso anno ripetesse fino allo sfinimento che quelle risorse erano certe e incassabili? in ogni caso, anche per il previsionale 26-28, esse risultano destinate al finanziamento di specifici interventi di investimento, contribuendo in modo determinante alla tenuta del piano delle opere pubbliche. Il punto critico non è la legittimità dello strumento, ma la sua natura intrinsecamente aleatoria, anche se quelle risorse sono state rappresentate in misura platealmente ridotta rispetto allo scorso anno. Le alienazioni patrimoniali, infatti, non sono entrate strutturali; non sono ripetibili; dipendono da condizioni di mercato, tempistiche amministrative e contenziosi spesso imprevedibili. La Nota integrativa non chiarisce in modo convincente quali siano gli effetti contabili nel caso di mancata realizzazione delle alienazioni. In tale ipotesi, si aprirebbero scenari problematici, quali, ad esempio, il definanziamento degli investimenti collegati; lo slittamento delle opere agli esercizi successivi; la necessità di variazioni di bilancio con ricorso ad altre fonti di copertura; la possibile formazione di nuovo Fondo pluriennale vincolato “vuoto”. In assenza di un risparmio corrente significativo e con una capacità di indebitamento già compressa, la mancata realizzazione delle alienazioni si tradurrebbe direttamente in una crisi della programmazione degli investimenti. Anche sotto questo profilo, quindi, il bilancio appare costruito su equilibri condizionati, che reggono solo a condizione che tutte le previsioni più ottimistiche si realizzino integralmente.
Spesa corrente e rigidità strutturale
La struttura della spesa corrente presenta un’elevata rigidità. Accantonamenti, spese obbligatorie e oneri incomprimibili assorbono la quasi totalità delle risorse disponibili, lasciando margini di manovra estremamente ridotti. Qualunque scostamento negativo sul fronte delle entrate si traduce immediatamente in tensione sugli equilibri, imponendo interventi correttivi in corso d’esercizio. Nel loro insieme, questi elementi conducono a una conclusione difficilmente eludibile, cioè, il bilancio di previsione 2026–2028 del Comune di Tivoli è in equilibrio solo a condizione che nulla cambi. Non c’è spazio per politiche espansive, per rafforzamenti significativi dei servizi, né per una gestione attiva del rischio finanziario. Il bilancio non governa il futuro ma lo congela.
Possiamo concludere che Il bilancio del Comune di Tivoli non viola le regole e che, anzi, le utilizza tutte proprio perché non ha altre alternative valide e percorribili. Ma un sistema che vive permanentemente sul limite delle proprie possibilità contabili non è un sistema solido, al contrario è un sistema esposto. La differenza tra equilibrio formale ed equilibrio sostanziale non è un dettaglio tecnico. È la linea che separa un ente che programma da un ente che sopravvive amministrativamente. Ed è su questa linea sottile che si colloca oggi il bilancio di previsione 2026–2028 del Comune di Tivoli. Poi ci sono le speranze, per esempio la privatizzazione delle Terme che, oltre a privare l’Ente di un bene strategico, fino ad ora è stata gestita in malo modo con il ricorso a ipotesi (INVIMIT) che a parere di chi scrive servono solo a perdere tempo e a rinviare, ripetendo una logica sempiterna, di affrontare i nodi veri della gestione economico-finanziaria del Bilancio comunale.
Antonio Picarazzi










