23 giugno 1926 – 22 giugno 2025.
Nel 2026 l’Italia celebra il centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro, maestro della scultura contemporanea, con un calendario di mostre, premi e iniziative diffuse.
Nato a Morciano di Romagna e legato artisticamente a Milano, dove ha sede la Fondazione che porta il suo nome, Pomodoro ha lasciato un’impronta riconoscibile in tutto il mondo: sfere, coni, colonne e archi che sembrano meteoriti atterrati nelle città, superfici perfette squarciate per rivelare meccanismi interni, come ingranaggi della storia.
La sfera che racconta l’Italia al mondo
A Roma una sua opera è divenuta quasi un segno istituzionale: la celebre “Sfera con sfera” collocata davanti al Ministero degli Affari Esteri al Palazzo della Farnesina. Non lontano, all’EUR, tra il Palazzo dello Sport e la torre dell’ENI, un’altra scultura conica di Pomodoro accoglie chi rientra in città dalla via Pontina: un segno che sembra forare il cielo, tra suggestioni costruttiviste e memorie di Paul Klee.
Dallo Spazialismo alle Orestiadi
Negli anni Sessanta Pomodoro dialoga con Lucio Fontana e con l’ambiente dello Spazialismo, trovando un equilibrio personale tra geometria esterna e tensione interna. Tra le esperienze più intense, il contributo alle Orestiadi di Gibellina: nel 1983 realizza il monumentale Carro di Oreste per l’“Orestea” di Emilio Isgrò, ispirata a Eschilo. Macchine sceniche potenti, tra rovina e rinascita, che contribuirono alla rigenerazione simbolica della città siciliana ferita dal terremoto. Nel 2026 Gibellina è Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, a quarant’anni dall’avvio di quella trasformazione culturale. Nel 1988, a Lampedusa, inaugura in Piazza Libertà l’obelisco “Cassodopr”: sette metri di bronzo, sassi e corde di pescatori intrecciati, monumento ai caduti e metafora del “mare della vita”.
Tivoli, l’Arco e l’acqua
Ma è a Tivoli che una delle sue opere dialoga in modo più diretto con la memoria urbana. In Piazza Garibaldi, dal 2 giugno 2009, si erge “l’Arco dei padri e delle madri Costituenti”, scultura alta sette metri, con un diametro di quattordici, in bronzo e acciaio.
Collocata all’ingresso del centro storico, collega idealmente le Scuderie Estensi e Villa d’Este, con la Rocca Pia alle spalle e l’asse visivo che conduce verso il chiostro e il campanile della villa. «Questo arco muta la tradizionale valenza trionfale – spiegò l’artista prima dell’inaugurazione – per porsi come segno di continuità territoriale». Non un monumento celebrativo, ma un raccordo immaginifico tra epoche: dall’anfiteatro romano alla stagione rinascimentale, fino al presente. Poggiato su due vasche d’acqua, l’Arco richiama l’identità stessa di Tivoli, città plasmata dalle sue fonti e dalle sue cascate.
Da vicino, la superficie rivela incisioni e stratificazioni che evocano detriti archeologici trasformati in forme geometriche: natura e artificio si fondono, casualità e progetto dialogano. Non esiste un unico punto di vista privilegiato: l’opera cambia con la luce, con le stagioni, con lo sguardo di chi la attraversa. Lillo Boenzi










